Spazio Libero Cervantes

Chi siamo

Arriva il terremoto, quello che nel 2002 sconvolge Santa Venerina e colpisce anche Catania. E una scuola, sulla collina del quartiere Cibali, da quei giorni smette di essere tale: perché dopo la scossa, invece degli interventi e della messa in sicurezza, arriva l’abbandono. Come è “prassi”, infatti, seguono anni di tira e molla di responsabilità tra istituzioni: e la scuola, da centro di educazione, diventa scheletro abbandonato alla mercé di spaccio, incuria, degrado.

Anche davanti a questo, un gruppo di ragazzi, il 9 aprile del 2009, decide di portare avanti la propria denuncia dello stato di abbandono di molti stabili in città con un gesto nitido: “riattivare” proprio questa “ex” scuola. A compiere il gesto sono i giovani che provengono da alcune realtà non conformiste che da anni si battono per denunciare l’emergenza spazi sociali in città. Proprio per questo, per dimostrare che una battaglia civica va portata avanti con l’esempio personale, quel giorno scelgono di entrare all’interno di quel plesso, in via Santa Sofia.

Nasce così lo Spazio libero Cervantes. Una scelta, che da quel momento cambia la vita a una comunità. Il motivo? Perché quel gesto rappresenta il principio di un’esperienza politica  e civica entusiasmante. Da quel giorno, la struttura “morta” riprende vita. E basta qualche giorno perché la scuola venga bonificata, ripulita e restituita, di fatto, al quartiere.

Passano le settimane e dentro Cervantes,  nasce una piccola biblioteca popolare (grazie alle donazioni), una palestra attrezzata (anche questa donata da cittadini amici), una sala conferenza e un piccolo ostello. E assieme a ciò si moltiplicano le conferenze, i concerti, i mercatini rionali, lo sport in giardino.

La comunità di Cervantes, da parte sua, prende coscienza da subito su chi devono essere, oltre ai giovani, i suoi interlocutori privilegiati: e allora la struttura diventa un centro assistenza legale, un presidio sociale dove poter acquistare i testi scolastici a metà prezzo, un centro d’ascolto per i fenomeni di emarginazione.

Cervantes diventa anche un metodo d’azione in città. I suoi aderenti, infatti, iniziano ad intervenire laddove chi dovrebbe fare latita: vuoi che sia un piccolo campetto all’interno di Cibali (anch’esso abbandonato) riattivato proprio dai ragazzi; oppure l’adiacente parco Ghandi ripulito e sistemato periodicamente; fino all’ambizioso progetto di riqualificazione di un ex parcheggio in via Ala rispetto al quale Cervantes ha presentato un piano per istallare lì – dove per il momento vi è solo cemento – una vera e proprio cittadella dello sport.

La domanda, a questo punto, è più che lecita: perché chiamare tutto questo “Cervantes”? Semplice. Perché il suo eroe – don Chisciotte –  è un visionario, fedele a un principio, e anche un eroe po’ stralunato. Ma proprio per questo – per la sua umanità – è un archetipo la cui emulazione è quanto mai necessaria per smuovere una città in cui i “mulini al vento” si chiamano approssimazione, sciatteria, accidia. Una città che ha necessità di riscoprire il principio di autodeterminazione se vuole tornare a essere protagonista dell’innovazione  culturale e imprenditoriale, come è scolpito nella sua storia.

Ecco perché il volontariato civile diventa proposta politica. Ecco perché Cervantes, lontano dalla concezione del centro sociale come “zona autonoma”, si pone fin dalla sua nascita come una palestra di cittadinanza. Perché Cervantes non è uno spazio sottratto alla città. Cervantes è la città che si riprende il suo spazio.