Spazio Libero Cervantes

Miguel De Cervantes

Battezzare un luogo od un progetto è un impresa difficilissima. La volontà di riuscire a sintetizzare in un sol nome le aspirazioni, le velleità, i sacrifici d’un gruppo di uomini, spesso, si risolve in idee stupide, banali, già viste e già sentite o, peggio ancora, belle ma che non colgono le istanze del momento. Poi, all’improvviso, il colpo di genio coglie la mente di uno di questi uomini: Cervantes è il risultato. Che Dio benedica quest’uomo ed il suo intuito.

Cervantes nacque in una nobile famiglia decaduta, nell’epoca grandiosa dell’impero di CarloV: suo padre era un medico, impiego non confacente alle origine cavalleresche della propria stirpe. L’esigua situazione economica dei Cervantes costrinse il giovane letterato a rinunciare agli studi ed a cercare occupazione presso qualche ricca e potente famiglia. Evidentemente senza grosso successo, visto che nel 1569 lo ritroviamo in Italia, arruolato come soldato. Qui vi resterà per cinque anni.

Nel 1579 lo ritroviamo a Lepanto, nella Gloriosa battaglia dove le forze cattoliche fermarono l’orda islamica dell’Impero Turco. Finita la battaglia fu ribattezzato il “monco di Lepanto” per la perdita dell’uso del braccio sinistro a causa di una ferita di guerra, nonostante le cure ricevute nell’ospedale di Messina.

Di ritorno a casa la sua nave venne attaccata dai pirati, che ritenendolo un ostaggio prezioso lo tennero sequestrato per cinque anni in una prigione di Algeri, da dove, seppur menomato,tentò per ben quattro volte la fuga; dovette però aspettare l’intervento dei Frati della Trinità ed un riscatto difficilmente raccolto dai parenti per riacquistare la libertà.

Al suo ritorno in Spagna, il soldato decorato Cervantes, trovò la propria famiglia povera ed indebitata. Inabile fisicamente non gli restò che diventare esattore delle tasse. Tasse che serviranno a mettere su L’Invicibile armada di Filippo II.

Le sue prime opere non ebbero successo. A causa della povertà si macchiò d’appropriazione indebita, conoscendo l’infausta umiliazione delle prigioni patrie. Nel 1585 pubblica la sua prima opera La Galatea. Nel 1605 pubblica la prima parte del Don Chisciotte, il suo capolavoro, che gli regalerà finalmente il successo. Gli ultimi anni della sua vita li passò sotto la protezione di alcuni personaggi influenti della corte spagnola.

Si spense a Madrid il 23 Aprile 1616.

È evidente che nel scegliere il nome dell’autore ci riferiamo automaticamente alla sua più bella creazione: Don Chisciotte della Mancia, l’impavido e sgangherato cavaliere delle epiche battaglie contro i Mulini a vento. In un anonimo villaggio della Mancia, dove non accade mai nulla, vive un hidalgo, un gentiluomo, non di alto rango, che passa le proprie giornate a consumare romanzi cavallereschi. Ne risulta essere tanto ossessionato da perdere il senno. Egli crede fermamente che per abbattere le ingiustizie e le disuguaglianze sociali bisogna ritornare alla vita cavalleresca. Detto fatto. Si arma,diventa un cavaliere errante, assume un nome altisonante, Don Chisciotte della Mancia, si sceglie un ronzino magro e squallido, che provoca lo scherno di chi lo guarda, si procura un’armatura stravagante e nomina il rozzo ed ignorante contadino Sancio Panza come scudiero. Per concludere da gran cavaliere trasforma la volgare lavandaia Aldonza Lorenzo in una dama degna del suo amore e della sua dedizione: Dulcinea del Toboso. Il protagonista, partito dalla Mancia per vendicare le ingiustizie del mondo, si completa nella sua essenza con il prode scudiero Sancio, che lo accompagnerà fino alla fine delle vicende. L’uno è alter ego dell’altro. Il primo nobile d’animo, sognatore, idealista, gentile, coraggioso e folle; l’altro opportunista, grezzo, disilluso, nel suo essere empirista, pavido ed iperazionalista. L’uno rappresentante del mondo come dovrebbe essere l’altro interprete rassegnato della dura realtà. Questa alterità si manterrà anche nel secondo Tomo dove l’uno prenderà le posizioni dell’altro. Il romanzo non solo è paradigmatico della personalità dell’autore, ma anche delle vicende dell’Impero spagnolo, dell’animo ispanico, votato all’esagerazione e dell’intera Storia del Mondo. Questo è il romanzo delle sconcertanti contrapposizioni di cui il mondo è teatro, degli infiniti binomi: tragico-comico, regionale-universale, idealismo-razionalismo, bene-male, Tradizione-modernità, onore-opportunismo, sogno_realtà.

Il nostro progetto è liberare i luoghi dall’ingiustizia e dalle speculazioni dei nostri governanti.
Cervantes e tutto ciò che rappresenta il suo fantastico cavaliere sono il fine della nostra impresa.